A volte mi sembra assurdo parlare ancora di temi come le donne al lavoro, ma proprio ieri mia figlia di 14 anni ha detto una cosa tipo “Ci devo riflettere bene prima di fare il medico, perché poi non posso avere una famiglia”. Ecco… una delle cose per cui anche io abbandonai fin da subito quella idea fu proprio questa paura di dover scegliere, la sensazione che nella vita di una donna non ci potesse stare un lavoro soddisfacente e una famiglia felice.
Oggi ho 42 anni (quasi 43) un lavoro importante che adoro (anche se non ho fatto la psichiatra) e due figli che gestisco senza l’aiuto della mia famiglia d’origine, che vive in un’altra città. Questione di super poteri? Vorrei dire di no, ma un po’ sì. Nel senso che i super poteri nella vita compaiono quando servono. Siamo animali e come tutti gli animali tendiamo d’istinto a risparmiare risorse. Se tutto fila liscio perché scomodarsi? Così funzionano la nostra mente e il nostro corpo, a meno che gli eventi esterni (o la nostra volontà) non ci mettano lo zampino. Allora i super poteri sono solo da tirare fuori, che siano in tasca, nella borsa o nascosti in qualche cassetto!
Le donne sanno, ad esempio, perché ce lo ripetono fin da bambine, che se vogliono un lavoro da protagoniste devono mettere in conto di gestire mille difficoltà. Anche io alla fine del Liceo mi sono sentita dire da mio padre “Perché non prendi il diploma magistrale? Così se per caso non finisci l’università per mettere su famiglia…” Per certi versi erano altri tempi, il suddetto padre, pur essendo una bravissima persona, non ha mai sparecchiato la tavola (forte del fatto di avere 3 figlie femmine) o preparato la cena, oggi vivo con un uomo che divide con me ogni incombenza casalinga e al lavoro ho un collega che ha preso l’allattamento per godersi il figlio e aiutare la compagna!
I tempi cambiano, ma non troppo, e soprattutto cambiano a macchia di leopardo e in maniera caotica. Portando con sé, fra l’altro, vecchi retaggi. Penso che quella che viviamo sia una fase di transizione, difficile e interessante, in cui ancora tutti cerchiamo il nostro posto. Lo cercano le donne, che tentano di emanciparsi, ma faticano a rinunciare a quei privilegi in cui la vita maschilista le aveva relegate. Perché ammettiamolo una volta tanto… è bello quando ti fanno la corte, è bello pensare che qualcuno noterà la tua scollatura, è bello ricevere cioccolatini o fiori in regalo, o quando un uomo fa il gesto di offrirti il pranzo. Ma non si può avere tutto!
Insomma non è facile districarsi in questa giungla di modernità e classicismo, navigare a vista in questo mare di “yes, we can do it!” che sbattono ogni giorno contro una routine fatta di tanti luoghi comuni e qualche privilegio a doppio taglio. Che poi anche gli uomini non stanno messi meglio che “come fanno fanno sbagliano”, che se esagerano con un complimento rischiano di essere accusati di molestie, che d’un tratto si trovano ad avere a che fare con donne più brave di loro, che posso vantare oltre al cervello i tacchi e badate bene… le tette!
Non voglio generalizzare (anche se ogni tanto è indispensabile farlo) visto che questo è un tema complesso e delicato di cui si potrebbe parlare per giorni, volevo, però, raccontare due episodi recenti che mi hanno fatto percepire il potere delle donne, o meglio, quel super potere che essere donne spesso è.
Episodio 1 – donna (mamma) in smart working con figlio (malato?) che fa i capricci
Qualche settimana fa ho fatto una call di lavoro con il fornitore di un cliente. Non sapevo che la persona in questione (una donna) si sarebbe collegata da casa. Poco importava, anche noi facciamo smart working. L’obiettivo della telefonata era scorrere insieme un documento abbastanza complesso con indicazioni che la mia società dava alla loro riguardo un sito da ottimizzare a più livelli. Cose tecniche per capirci, di quelle su cui devi tenere la testa.
La call parte come sempre con i saluti di rito, il documento era stato anticipato via mail e fin da subito mi colpisce una cosa: lei aveva già letto e analizzato il documento molto attentamente. Poi iniziamo a percorrerlo punto per punto e mi sembra di sentire la voce di un bambino piuttosto piccolo. Dentro di me penso “Ecco che al mio collega (quello in allattamento) è partito un video del figlio sul cellulare” e invece capisco che la voce del bambino compare solo quando lei toglie il muto per fare domande. Siccome non può farne a meno, si scusa: “Sono a casa e c’è mio figlio”. A quel punto mi sono detta: “Non ce la farà mai a seguire tutto con suo figlio che fa i capricci”.
Ho avuto un pensiero stereotipato e maschilista, lo ammetto. O forse ho solo pensato a cosa avrei fatto io al suo posto. Comunque mi sbagliavo! Forse lei si era preparata benissimo sul documento proprio perché sapeva che ci sarebbe stato suo figlio, forse ha sudato sette camicie (io credo proprio di sì) ma è stata impeccabile!
Non ho potuto fare a meno di pensare che superare le difficoltà di donna e mamma, invece di limitarla, l’aveva messa in una condizione di vantaggio. E non ho potuto fare a meno di pensare ai suoi super poteri. (Ho scoperto poi, sbirciando su LinkedIn, che la persona in questione viene dal mondo dello sport… sarà un caso?)
Episodio 2 – 3 donne e uno studio keyword
Cambio di scena. Grande azienda italiana. Sala riunioni con tavolo ovale. Da una parte io con due dei miei ragazzi (uomini) Seo Specialist, di là tre donne dell’ufficio marketing (e-commerce manager, responsabile PR e social media, web communication strategist). Stiamo per fare una cosa abbastanza complicata: illustrare lo studio keyword che precede la struttura del nuovo sito. Per i non addetti ai lavori si tratta di un documento cardine di una consulenza SEO, con una logica precisa, abbastanza noioso nell’essenza (fate conto un mega excel con pagine e pagine di parole e numeri in sequenza) la cui logica e il cui valore mediamente sono davvero difficili da far percepire al cliente. In quel documento c’è l’universo dell’azienda così come lo vedono e lo cercano gli utenti, cioè i suoi clienti o potenziali, ma in una forma che la maggior parte dei manager ci mette tanto ad assimilare. In questo tipo di riunioni io son una specie di spettatrice con il compito arduo di tradurre complessi concetti tecnici in una forma più digeribile a noi comuni mortali.
Non so bene come descrivere ciò a cui ho assistito in quella riunione, ma il succo è che non appena i miei si sono messi ad illustrare lo studio keyword queste tre donne si sono sintonizzate sulla frequenza esatta di trasmissione. Il che non significa che capissero immediatamente tutto, ma capivano. Avete presente il concetto di flow tanto in voga qualche tempo fa? Ecco la percezione netta era che fossero fin da subito magicamente e semplicemente entrate nel flow della discussione. Una discussione che si giocava su un campo che non era il loro, ma di cui loro, in pochi minuti, avevano percepito confini e regole.
Insomma non potevo fare a meno di pensare che quelle tre donne (nella loro diversità di formazione ed età) avevano una marcia in più e che i loro cervelli fossero abituati ad andare ad una velocità superiore. E io lo so che non è certo una questione di genere, ma non posso non pensare che il fatto di essere donne sia uno dei fattori che le abbia rese così. C’è un’altra cosa da sottolineare: sono un team affiatato e l’energia che sviluppa un team affiatato non ha eguali (ne parliamo presto).
Certamente noi donne non abbiamo ancora capito fino in fondo chi possiamo davvero essere. E quale sia il prezzo da pagare. Fatichiamo a gestire una libertà tutta da definire ancora. Ma sono certa che pur partendo spesso da posizioni svantaggiate, abbiamo in dote un potenziale maggiore. Abbiamo un pensiero veloce, occhi in grado di guardare lontano, un’organizzazione da manuale e un cuore capace di battere per due. E non tanto perché sia programmate per essere madri (che decidiamo di esserlo oppure no) ma perché ci hanno da sempre insegnato a pensare anche per gli altri.
Soprattutto… siamo oggettivamente ancora seconde, ed essere secondi spesso è il migliore dei vantaggi!
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